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Tipologie di Mobili antichi

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La nascita delle corporazioni in un tempo a noi così lontano ci consente di verificare come nella sostanza il mobile in assoluto più diffuso fosse il cassone.

Illuminante in tal senso apprendere che nel 1254 Etienne Boileau, prevosto di Parigi, nel riorganizzare il sistema delle corporazioni cittadine, scisse in diverse categorie i falegnami dai costruttori di cassoni. E’ fenomeno peraltro spiegabile se si pensa che in quest’epoca, almeno per quanto riguarda l’arredo laico, si badi in primo luogo alla praticità e alla trasportabilità di un bene, nel caso specifico il cassone è d’impiego polivalente: funge da sedile, da tavolo, da contenitore di vestiario, di masserizie o beni preziosi, da letto e perfino da bara. Pari esigenze funzionali limitarono l’adozione di tavoli, composti da semplici assi che alla bisogna poggiavano su cavalletti poi velocemente asportabili.

Tra il XII e il XIII secolo sono i soli contesti chiesastici ad avere i propri arredi integralmente lignei e in buona parte strutturati nelle tipologie perpetuate fino ai giorni nostri: nelle basiliche e nelle cattedrali si potevano ammirare pulpiti e cattedre sovente di dimensioni monumentali, con cori a grandi emicicli di postergali appaiati, al cui centro campeggia il caratteristico badalone munito di colombaia a leggio, ne mancano panche, sedili, segette e grandi credenze porta paramenti.

Le biblioteche sono affollate di tabulae scriptorialis, di armadi preposti alla custodia delle pergamene o di codici miniati, e altro ancora. Sono tempi, come già si è detto, che produssero mobilia nella caratteristica foggia che è propria dello Stile Severo: struttura verticalizzante ma di forma pulita e lineare, ingentilita da lievi decori a rosetta o ad archetto, con fasciame ornato da moderate centinature o al più con specchiature animate da motivi a pergamena o a graticcio.

Se come si è detto il contributo che l’architettura determinò nell’evoluzione strutturale del mobile Gotico Severo risulta evidente, nondimeno l’arte orafa ebbe parte incisiva nel processo che lentamente trasformò lo Stile Severo in Gotico Internazionale Fiorito.

Tra il XIII e il XIV secolo, l’arte metallurgica conobbe straordinaria fortuna, imputabile alla committenza ecclesiastica che in quei secoli lontani rivolse singolare attenzione nell’ostentare entro adeguati contenitori insigni reliquie.

Il reliquiario acquisì nel tempo sempre maggior ricchezza: plasmato in oro o argento, ornato da smalti cloisonné o champlevé, impreziosito da niello o ageminato alla damaschina, rifinito a sbalzo e a traforo, a cesello o a bulino. Arche, pissidi, ostensori, calici e quant’altro in breve vide le proprie superfici ornarsi di svolazzanti pinnacoli, finestrelle archiacute, figure a tutto tondo, con una magnificenza senza pari.

Nel contempo, anche gli edifici decorarono timpani, pinnacoli e trabeazioni con scultorei ornati a valenza floreale o zoomorfa. Analogo processo fu in breve assimilato dai maestri d’ascia, che ben presto si differenziarono anche nella specialità dell’intaglio, in un primo tempo a bassorilievo minuto e raffinatissimo, sempre ispirato a stilemi ad archetti a sesto acuto, a singola monofora, a bifora e finanche a trifora, e ancora pinnacoli, cuspidi, ogive, clipei (mutuati dai rosoni delle facciate delle cattedrali), losanghe, nodi di Salomone, girali spiraliformi o intrecci a graticcio, un repertorio figurativo vivacizzato da ornati desinenti in forma di svolazzi fiammeggianti di foglie d’acanto stilizzate, disposte talvolta a perimetrare blasoni araldici.

Questa rivoluzione ornamentale avviene agli albori del secolo XIII, determinando la fine della fase detta di Gotico Severo, ove la mobilia era ancora per lo più di tipo foggiato e priva di elementi ornamentali, per dar così luogo alla forma gotica detta di Stile Internazionale o Fiorito, la cui fortuna è dovuta in gran parte a mode veneziane, città ove fu possibile maturare un più stretto rapporto con la civiltà orientale, incline a rappresentare forme a stilizzazione floreale di singolare ricchezza. Solo sul fare del Quattrocento, si assiste all’introduzione anche nell’arredo lignario di elementi plastico-scultorei a tutto tondo, benché in Italia di norma si preferì la coabitazione tra ornato a intaglio e pittura.

In puro stile gotico fiorito è il celebre coro realizzato da maestro Giovanni da Baisio nel 1384 nella chiesa di San Domenico a Ferrara, su commissione di Tommasina Guarmonti, moglie di Azzo d’Este. E’ questo nell’Italia settentrionale il più antico e meglio conservato apparato ligneo pergiunto ai nostri giorni.

Tra la fine del XIV e la prima metà del XV secolo trovò diffusione (e fu un fenomeno specificatamente italiano) la tecnica dell’intarsio mediante utilizzo di tessere lignee disposte a effetto geometrico. Sebbene questa tipologia ornamentale sia nota come “tarsia alla certosina”, deve con ogni probabilità la sua origine ad artigiani moreschi attivi in Spagna, poi costretti a emigrare in Italia e più probabilmente in terra lombarda.

Dapprima trovò impiego nell’arredo ecclesiastico, per poi diffondersi anche alla committenza profana, presso la quale fu di gran moda fino alla fine del XV secolo. L’arte dell’intarsio in questa fase storica è coloristicamente ravvivata dai soli effetti chiaroscurali che si ottengono dalla disposizione alternata di legni chiari e scuri, con ombreggiature poi rifinite a tecnica pirografica (annerendo il legno con un ferro rovente). Di quest’arte ci restano numerosi e insigni esempi, in particolare legati ai grandi cori a tutt’oggi visibili a decine. In periodo tardogotico, la tarsia si orientò verso mode veneziane-damascene, favorendo l’incrostazione di elementi eburnei, come nei celebri esempi di preziosi cofanetti dovuti alla bottega degli Embriachi.

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